La scuola di Silente
Nella mia scuola diversi ragazzi/e sono in lutto:
Silente è morto. Così c'è scritto nelle ultime pagine del sesto volume
di Harry Potter. Qualcuno ha anche pianto. L'ha ammazzato quel
vigliacco di Piton. Un insegnante che basa la propria autorevolezza
sulla paura che incute agli studenti. Ognuno di noi ha un incubo di
quel tipo e che somiglia terribilmente a un qualche prof in carne ed
ossa che abbiamo avuto negli anni che furono.
Ho letto varie
interpretazioni sul perché Harry Potter abbia spinto alla lettura
forsennata una quantita' strepitosa di ragazze e (udite udite) di
ragazzi, una generazione dipinta come asservita al mondo delle
immagini. Non ne ho una nuova. Mi limito però a fare una osservazione:
la saga più di successo di tutti i tempi della letteratura cosiddetta
per l'infanzia gira tutta intorno ad una scuola, anche se una scuola
sui generis, una scuola di magia.
Naturalmente nei libri di
Harry Potter vi sono anche altri ambienti, ma tutti ruotano intorno
alla scuola. Come si sa una parte della narrazione si svolge nel mondo
dei babbani, cioé noi, gente che non crede e non sa che esiste un mondo
parallelo, un mondo fondato per l'appunto sulla magia. Il mondo dei
babbani è scontato e squallido: il nostro. L'altro è ardente e
avventuroso. Solo là si vivono fino in fondo l'amicizia, l'odio,
l'amore, e ogni passione, senza sconti e senza riserve. Ogni volume
della saga è scandito sull'anno scolastico passato da Harry nella
scuola di Hogwarts.
Ho parlato con ragazzi che mi raccontavano
che avrebbero desiderato fortemente essere ad Hogwarts. Non è che lo
sognavano: era il loro più forte desiderio, un desiderio "concreto".
All'inizio mi chiedevo: ma perché? Che ci trovano di così attraente in
quella scuola? Non è una scuola dove accadono solo cose meravigliose:
c'è diversa gente che ci rimane secca, circolano numerosi individui
disgustosi e ambigui. Inoltre il rispetto della 626 lascia largamente a
desiderare, con tutte quelle scale che si muovono. La Rowling, poi,
poteva almeno approfittare dei suoi libri centrati su una scuola per
disegnare un tipo di didattica un po' più innovativa, sul piano
pedagogico. Invece ad Hogwarts ci sono banchi, sedie, insegnanti
simpatici, ma altri pallosi, alcuni sadici ed altri ancora,
francamente, completamente fuori di testa. Come da noi.
Mi
sono dato questa risposta. Quel che attrae i ragazzi è il fatto che a
Hogwarts il mondo degli adulti ruota intorno a loro. Le figure che i
lettori amano di più (e che spesso muoiono, o scompaiono) sono adulti
che si relazionano con loro in maniera piena: li considerano il centro
del mondo. Voldemort, il cattivo, i suoi attacchi per prendere il
potere li porta quasi sempre dentro la scuola. Come la Moratti, ora che
ci penso. Gli adulti non fingono di essere ragazzini, sono adulti in
tutto e per tutto, con un ruolo ben preciso, e questo ruolo ben preciso
è aiutare i ragazzi a crescere, e, quando è il caso, a "salvarli". Il
mondo di Hogwarts è un mondo dove gli adulti nel loro complesso (e non
i "genitori", figure o completamente negative o buffe o morte, comunque
sostanzialmente assenti) si "occupano" dei ragazzi. Anzi: non fanno
altro. Nella saga di Harry Potter il mondo dei babbani viene crudamente
confrontato con quello della magia. Nel primo c'è disamore, interesse,
egoismo: il primo volume comincia con un Harry rifiutato dalla sua
famiglia, costretto a vivere in un sottoscala. Il mondo della magia
invece è il mondo anche crudele, anche cattivo, ma dove incontri una
serie di adulti che stanno dalla tua parte, e che se muoiono, piangi.
Il
mondo della magia diventa allora per i lettori di Harry Potter il luogo
del desiderio. Non dei "desideri", con relativi ritrovamenti di tesori,
dolci e caramelle, ma il "desiderio" come energia pura, spinta verso
l'impossibile, spazio mentale aperto, disponibile, mutante. Dove le
cose non vanno sempre come vuoi tu, ma "vanno", con piena forza vitale.
E' lo spazio mentale che la quotidianità, l'abitudine e il cinismo
rapidamente l'età adulta occupa, fino a far rimuovere dai cervelli
della gran parte degli adulti anche solo il ricordo di quell'energia
primitiva. Forse non troppo per caso chi vuole conservare si
autodefinisce "realista", e per denigrare chi vuol cambiare le cose usa
spesso l'aggettivo "infantile".
Il movimento antimoratti ha
partorito un disegno di legge di iniziativa popolare per una buona
scuola. E' molto articolata, è costata dibattiti appassionati, altri
hanno raccontato della sua genesi, chi la vuol leggere è lì. Ma credo
che il suo nucleo fondante si possa riassumere in: è una scuola che ha
al centro bambine/i e adolescenti. Naturalmente si tratta di una
affermazione un po' generica, però sfido chiunque, leggendola, a
provare il contrario. Non è una legge che ha al suo centro l'azienda,
tanto per fare un esempio. E non ha al suo centro l'autonomia, quella
dei dirigenti, della concorrenza tra scuole, e del "territorio", tanto
per farne un altro. Non è basata su una didattica ossessionata dal
rispetto dei "programmi", che è la didattica imperante. E' una scuola
dove è possibile, per gli insegnanti che lo desiderano, praticare una
buona scuola, perché ne avrebbero i mezzi, il sostegno, il tempo, le
energie. Un po' come è accaduto con il tempo pieno, la cui architettura
non ha di per sè fatto nascere il "buon" tempo pieno, ma l'ha permesso,
e questa possibilità è stata sfruttata da chi voleva fare una buona
scuola, dalla parte delle bambine e dei bambini, e il suo successo ha
permesso un'ulteriore propagazione.
Deve essere chiaro. Quella
che viene fuori dalla legge di iniziativa popolare non è una scuola di
magia. Quella, come la immagino io, è assolutamente priva di voti,
registri e tutte quelle cose che il mondo perfetto che ci sarà tra
tremila anni considererà barbari strumenti di coercizione di adulti
impauriti. Però sarebbe una scuola dove la magia è possibile
praticarla. Anche per noi babbani.
