Milano, quella contesa sulla scuola araba
da AprileOnLine – 27 settembre 2005
La vicenda della scuola araba di Milano parla di
noi. Della miopia dell’occidente, della difficoltà di coniugare, qui e
subito, l’emergenza quotidiana con la scommessa di “un altro mondo
possibile”, con i pensieri lunghi sul nostro futuro.
La questione
dell’integrazione a scuola è la prima difficile prova degli slogan
“felici”: combattere le diseguaglianze, valorizzare le differenze. È
l’esempio più immediato e concreto delle difficoltà più generali
dell’integrazione dei migranti, del confronto e della convivenza
possibile tra culture, valori, idee del mondo, comportamenti.
Perciò
è questione da affrontare con delicatezza, arrendendosi al dubbio,
rifiutando certezze affrettate e pensieri semplificati. Proprio il
contrario di quanto fanno i dibattiti televisivi. E che non sia
questione facile da affrontare, e risolvere, lo dimostra il fatto che
ognuno sembra stare nella casella sbagliata, come in un impazzito gioco
dell’oca.
Moratti e Pisanu a difendere la scuola pubblica, gli
amici e compagni di “rete scuola” a sostenere la scelta, in questo
caso, della scuola paritaria, gli enti locali divisi. Unica a non
allontanarsi dal suo viscerale e agghiacciante razzismo la Lega.
C’è
un’emergenza. Circa cinquecento bambini che rischiano per quest’anno di
non andare a scuola. E dietro le scelte del Comune di Milano pensieri
diversi dai nostri. Che nascono anzi da un’idea opposta. Quella di non
permettere agibilità in nessun modo a una cultura che fa paura, che si
vorrebbe cancellare o almeno allontanare dal sacro suolo della patria.
Suggerendo il corto circuito tra scuola islamica, madrasse (scuole
coraniche) e poi chissà, terrorismo o giù di lì.
E allora si decide
di chiudere quella scuola con una scusa, i servizi igienici non a
norma. Quante altre scuole in Italia sono in condizioni analoghe:
dovrebbero chiudere tutte? Ma, non è colpevole solo di ipocrisia il
Comune di Milano. È colpevole di aver permesso che, per anni, in quella
zona, i bambini arabi evadessero la scuola. Perché la questione non è
stata affrontata prima?
E come mai nessuno si è chiesto perché nasce
così pervicace la scelta di una scuola separata, se tanti altri bambini
islamici a Milano e in tante altre parti di Italia frequentano la
scuola pubblica?
C’è un’opinione pubblica di buon senso che
suggerisce una strada saggia. Si faccia una scuola paritaria,
sottoposta al controllo del ministero, che si adegui ai programmi della
scuola italiana. Ma allora – mi viene un pensiero che non condivido -
si diano anche a loro i finanziamenti che si danno, impropriamente a
tutte le altre scuole paritarie. Il Comune di Milano rispetti le leggi
e trovi una soluzione. Si tratta di salvaguardare il diritto
all’istruzione di bambine e bambini. E d’altra parte sono sempre
esistite le scuole cattoliche e le scuole ebraiche. Che problema ci
sarebbe. Ma, il problema, a mio modo di vedere, c’è. Nasce dalla
consapevolezza che la strada dell’integrazione è impervia e che alle
volte occorre arrendersi a soluzioni di emergenza, anche se sono fuori
dagli schemi di pensiero che ci appartengono. Ma se da questa emergenza
nascesse una consuetudine destinata a durare nel tempo?
Questa
storia non può essere accantonata, non ci può essere tregua
nell’impegno a costruire una cultura dell’interculturalità, della
reciprocità, a trovare le strade, anche le più diverse, per praticarla.
Per renderla possibile.
C’è un punto non negoziabile, una
questione alla quale non mi rassegno: che l’integrazione possa avvenire
per separazione. Secondo appunto l’idea del melting - pot. Dello stare
accanto, come separati in casa. Come avviene in tanti paesi europei,
come avviene negli Stati uniti.
Non è in questa direzione che
hanno lavorato le scuole e gli insegnanti in questi anni. A Mazara del
Vallo, per fare un solo esempio, i bambini tunisini nella scuola
italiana incontrano anche la propria cultura e la propria religione. A
Milano con pazienza gruppi di insegnanti ammorbidiscono le resistenze
dei genitori migranti, la loro paura ad entrare nella scuola di un
paese che sembra respingere, e in alcuni casi respinge, la loro cultura
e traghettano tante bambine e bambini nella scuola pubblica. E gli
esempi potrebbero continuare. È questa la strada su cui si dovrebbe
continuare a camminare, con rigore e tenacia.
Qualcuno, invece,
dovrebbe spiegare perché sono stati sottratti i fondi alle scuole per
continuare questo lavoro e perché sono stati ridotti pesantemente di
numero i mediatori linguistici (gli insegnanti) che svolgono questa
funzione. Questo la dice lunga sui valori della destra, sulla loro idea
di integrazione come gerarchia tra culture.
La verità è che questa
vicenda è la punta di un iceberg e che parla di noi. Del sapere della
scuola, spesso a una dimensione. Degli arroccamenti identitari. Della
paura di perdere “quota”. Della difficoltà di sapersi arricchire della
cultura degli altri. Quando la finiremo di insegnare solo il
risorgimento italiano a egiziani, cinesi, capoverdiani?
“Il
sapere- dice Amartya Sen- è un bene molto particolare, più se ne dà,
più se ne riceve. La crescita della democrazia, lo sviluppo del sapere,
della scienza sono, in senso lato, lo sviluppo di quella
condivisione”Non si tratta allora solo di accogliere. Anche se già
sarebbe tanto, o di tollerare. Si tratta di virare. Di gestire le
contraddizioni con pensieri nuovi. Con l’idea della reciprocità. Dello
scambio e contaminazione di culture come condizione di crescita della
cultura stessa. Con esercizi pazienti e miti, come direbbe Franco
Cassano, di “approssimazione”. “Mirati, se non ad abolire, a
trasformare e mitigare l’azione dei meccanismi di difesa dell’identità”
provando a riconoscere “la plausibilità” del punto di vista dell’altro.
Pensieri deboli, pensieri forti? Non saprei dire. E se fossero pensieri
lungimiranti, necessari e fecondi?
Alba Sasso
Deputata DS
