Contro il degrado della conoscenza
Il primo sciopero contro la finanziaria arriva dal mondo universitario e dai ricercatori. Quello che in ogni paese è considerato «il» settore strategico per eccellenza, quello l su cui si costruiscono le basi del futuro, u si ritrova a fare i conti con nuovi tagli che aggravano una situazione già da anni al limite. E con una stagione di «riforme» dell'università che ne vanno svilendo i funzione e qualità «formatrice» unzione
da il manifesto del 17 novembre 2006
E' più di un segnale rosso. Il primo sciopero contro
la finanziaria organizzato da Cgil, Cisl e Uil - le uniche «parti
sociali» che fin qui avevano difeso più o meno apertamente la manovra -
parte proprio dal settore che più aveva puntato sul centrosinistra,
anche sul piano elettorale. Università e ricerca si fermano oggi perché
si sentono contemporaneamente penalizzati dai tagli e «presi per il
cuneo» dalla straripante retorica sulla «centralità della conoscenza »
per un paese che voglia rinascere, crescere o, più liberisticamente,
«competere». E'uno sciopero sacrosanto. Nelmerito, perché oltretutto le
cifre «grattate» via da Padoa Schioppa (200 milioni già a luglio, nel
Dpef) sono un'inezia rispetto ai 35 miliardi dellamanovra. E sul piano
politico, perché allontana - se mai ce ne fosse stato bisogno - lo
spettro di unaipotetica gestione di destra del malcontento
delmondoscientifico italiano, già «brutalizzato » dai cinque terribili
anni morattiani. Stupisce semmai che non sia stata coinvolta anche la
scuola, in ogni ordine e grado, viste le condizioni in cui versa e le
prospettive che le vengono offerte. Gli ultimi avvilenti balletti di
cifre sui tagli in finanziaria sono eloquenti.
I «110 milioni»
aggiuntivi sbandierati due giorni fa non cambiano affatto il quadro.
Una tabella elaborata da Giorgio Parisi, il principale fisico teorico
italiano, registra tutti gli spostamenti di voce fino a consolidare un
saldo negativo di 192 milioni a carico degli enti di ricerca dipendenti
dal ministero «università e ricerca» (Mur), 74 a carico delle
università e 185 sugli enti di ricerca non dipendenti dal Mur. Mentre i
contributi previsti a favore della ricerca privata assommano a 750
milioni. Il senso delle cifre è perciò palese. Università e ricerca (e
scuola) sono preda di problemi enormi, che non possono comunque essere
risolti con qualchemilione in più o meno, né con qualche esortazione
moralistica all'«efficientamento»,né tantomenocon qualche ulteriore
sterzata verso l'«aziendalizzazione ». Problemi che chiamano in causa
il «senso » che un paese attribuisce al suo sistema di formazione,
soprattutto nel segmento più elevato, quello in cui viene «costruita»
la futura «classe dirigente». Alla prova pratica è clamorosamente
fallito il mito ideologico che robuste iniezioni di «mercato», con
conseguente trasformazione di rettori e presidi in «manager» dotati di
«autonomia gestionale», potesse sortire l'effetto di una decurtazione
delle spese del personale e una migliore organizzazione della
didattica. E' altrettanto clamorosamente fallito l'altro mito -
strettamente collegato al primo - che un più organico rapporto tra
università, ricerca e imprese potesse di per sé orientare le ricerche e
«dinamicizzare» quell'innovazione di prodotto che tantomanca alla
produzione industriale italiana (servizi compresi, naturalmente). Era
il tempo della retorica del «piccolo è bello », quando il Nordest del
«nuovo miracolo economico», sulpianodei suggerimenti strategici,
partoriva almassimo l'idea di una «facoltà del mobile e della sedia».
Un'impresa «nanerottola », non solo non fa ricerca e non assorbe
ricercatori formati comunque negli istituti pubblici,manon ha neppure
fantasia, capacità di proposta, visione d'insieme. In una parola, non
esprime «classe dirigente».
A questi due miti hanno però pagato dazio
unnumeropressoché infinito di «riforme» dell'università, a partire
dalla gestione di Giancarlo Lombardi, passato direttamente dalla
poltrona di «consigliere incaricato problemi scuola Confindustria» a
quella di ministro della Pubblica Istruzione nel 1995-96. I passi
successivi, con Giovanni Berlinguer,Ortensio Zecchino, Tullio De Mauro
e infine «Attila» Moratti, ci hanno consegnato la situazione attuale.
Dove università e ricerca non sono più guidate da una mission chiara,
da un orientamento unitario che trae ragione dalle necessità del paese
(culturali, economiche, industriali), ma da un'infinità di interessi
particolari e divergenti. La frammentazione della didattica e la
precarietà contrattuale di docenti e ricercatori vanno a braccetto. Le
storie e le interviste che in questo inserto presentiamo descrivono un
«anello di retroazione negativo» in cui tutto si tiene. Il percorso
«tre più due» e la semestralizzazione dei corsi (ma ce sono anche di
trimestrali) impedisce qualsiasi approfondimento degli argomenti
insegnati («distribuiamo pillole di conoscenza, non addestriamo al
sapere »). Ciò «costringe» gli ordinari a moltiplicare i «moduli» a
contorno, condotti da docenti e ricercatori con contratti
ultraprecari.Un ceto intermedio altamente ricattabile, ma libero di
programmarei «moduli» quasi a proprio piacimento, con buona pace
dell'«unità del sapere».
In questomodosi aggravano anche mali antichi della nostra Accademia, come il clientelismo politico (ma anche editoriale), favorito dall'«autonomia amministrativa». Il meccanismo dell'«audience» - per cui i corsimenofrequentati corrono il rischio di venir soppressi l'anno successivo (una potentemolla, fra l'altro, per la moltiplicazione esponenziale di corsi, materie, cattedre e... clientelismo) - obbliga ad abbassare il carico di studio, i criteri di valutazione, la qualità stessa della formazione finale dello studente. Il quale a sua volta rischia di smarrirsi nella frammentazione, deprivato com'è degli strumenti per cogliere «l'intero» dei processi cui è inserito, fino a reagire - comeabbiamo letto nella nota diffusa da alcuni studenti di filosofia a Roma - non con la pretesa di un insegnamento più qualificato ma, paradossalmente, di «una ricercapreparata e organizzata secondo criteri di alleggerimento e facilitazione». L'abisso verso cui è stata indirizzata un'istituzione millenaria come l'università italiana (con il decisivo corollario degli istituti di ricerca) è dunque a un passo. Quando il 97% della spesa se ne va in stipendi, è chiaro che l'istituzione può essere al massimo riprodotta,ma la sua «capacità produttiva» va morendo. Einfatti i rettori - e gli scienziati di livello - pensano di dover «chiudere i laboratori». Praticare la strada dell'esternalizzazione (quali sono i precari, ad «alta mortalità» di impiego) significa non investire e non capitalizzare conoscenza. Università e ricerca, perciò, manifestano per chiedere risposte chiare a questo governo. Col timore - ma nessuno lo esprimerebbe ad alta voce - che in realtà le idee non siano chiarissime e i Giavazzi (già famoso per esser diventato il «terrore dei tassinari») siano ormai alle porte.
