MA CHE SCUOLA VOGLIONO BERLUSCONI E LA MORATTI?
Dicembre 2004
. Lei si è fatto un’idea di Letizia Moratti?
R.
Sì, ma non mi pare troppo rilevante esprimerla, Sia chiaro: a mio
avviso, e non solo a mio avviso, e una persona poco competente in fatto
di scuola. Quando ne parla, fa veri e propri errori di grammatica. Per
esempio ha affermato una volta che il rapporto Pisa (Programm for
International Student Assessment) dimostra il «crollo» (le scappò detto
proprio così) della nostra scuola elementare. Ma il Pisa riguarda i
livelli di preparazione dei quindicenni, non si occupa di scuola
elementare e questa, la nostra scuola elementare, secondo le ultime
indagini comparative internazionali del 2001 continua a rivelarsi una
delle più buone del mondo, per giunta in ulteriore miglioramento
rispetto a precedenti indagini. Letizia Moratti ha una gran paura di
incontrarsi con insegnanti ed esperti in un confronto libero. Si
sottrae a questo e predilige il farsi intervistare in televisione, al
chiuso, da giornalisti più o meno ignari di cose scolastiche, e
spendere in spot pubblicitari. Ma il punto è un altro: anche con questi
suoi comportamenti si rivela una eccellente interprete della
complessiva politica scolastica e culturale che l’intero governo sta
cercando di sviluppare. Non è una politica di poco conto, non poggia
sulle scelte dei personaggi che oggi sono riusciti ad andare al
governo, ma fa corpo con un orientamento che ha una dimensione
internazionale.
D. In che senso? Ci sono Moratti in altre parti del mondo?
R
C’è di peggio: ci sono persone di grande abilità e perfino intelligenza
che suggeriscono ai Berlusconi, alle Moratti e ai Bush junior che cosa
debbono fare.
D. E che cosa suggeriscono?
R.
Suggeriscono di smantellare l’apparato pubblico dell’istruzione e della
ricerca, ridurre l’istruzione da obbligo, garantito dalle leggi, a un
fatto privato, regolato da scelte delle famiglie, Milton Friedman, non
l’ultimo arrivato, Nobel per l’economia nel 1976, lo sostiene da mezzo
secolo. È restato a lungo isolato. Ma dagli anni Novanta ha trovato
alleati nei gruppi dirigenti dell’economia e, in parte, della politica
di vari paesi. Ho ricordato prima lo sforzo eroico di paesi in via di
sviluppo per accrescere i livelli di istruzione dei loro popoli. Ma la
Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale contraddicono
consapevolmente questi sforzi. Lo ha denunziato Joseph Stiglitz. Una
denunzia preziosa: Stiglitz ha avuto anche lui il Nobel per l’economia
nel 2001. In più dal 1997 è stato chief economist e vicepresidente
della Banca mondiale, finché nel 2002 non è stato costretto ad
andarsene per queste sue denunce.
D. Quali denunce?
R.
Stiglitz dall’interno ha potuto documentare che la Banca mondiale
chiede ai paesi più poveri di bloccare i loro stanziamenti per
l’istruzione di base e per l’alfabe-tizzazione degli adulti se vogliono
accedere ai prestiti e al sostegno della Banca. Dollari contro
dealfabetizzazione, dollari contro ignoranza. Quest’idea piace a molti
gruppi industriali e finanziari, in Usa e anche in Europa, per fortuna
non a tutti. L’idea che l’istruzione garantita dallo Stato sia, come
dice Friedman, una «industria socialista» non convince interamente i
potentati, anche se non sanno liberarsi dal fascino dell’idea lanciata
nel 1995 alla riunione della Fondazione Gorbacev a New York, l’idea di
una società dei, «cinque quinti»: un quinto di ricchi e, se vogliono,
colti, che si pagano le scuole e università di alto livello, tre quinti
di consumatori a basso reddito e basso livello di istruzione, un quinto
di barboni residuali, un profondo sottosuolo nel quale i tre quinti
possono essere ricacciati se non rispettano le regole del gioco. A
settembre 2003 si è svolto negli Usa un altro seminario internazionale
di cervelloni economico-finanziari. Era stata invitata anche Emilia
Ferreiro, grande esperta dei problemi di alfabetizzazione primaria.
Mesi dopo, in un altro (più modesto!) seminario a Roma organizzato da
Clotilde Pontecorvo, Emilia ha raccontato che nel seminario dei
cervelloni è stato rinnovato il pianto sugli insegnanti che sono troppi
e costano troppo ed è stato avanzato il programma di sostituire agli
insegnanti i computer e le tecnologie della comunicazione: insegniamo
ai ragazzini, alla massa dei ragazzini, via computer e
telecomunicazioni, quel che secondo costoro i computer possono
insegnare e cacciamo via gli insegnanti. Chi può e chi vuole di più, si
scelga gli insegnanti e se li paghi. Il resto, l’istruzione seria per
tutti per costoro è «socialismo» (negli Usa) o «comunismo» (per il
nostro sempre sorridente, Berlusconi). Non la Moratti, non Berlusconi:
questa è la sfida che abbiamo dinanzi, in Italia e nel mondo. E un
pezzo importante della sfida è evitare il luddismo e piegare l’uso
delle tecnologie alle esigenze di una scuola critica e democratica.
D. Può essere più chiaro?
R.
La sfida è tra l’idea che un buon mondo sia il mondo dei cinque quinti,
straordinariamente simile al Brave New World di Aldous Huxley: sopra
gli Alpha Plus, colti, ricchi, forse capaci di autonomia, capaci di
controllo mondiale, e sotto via via tutte le altre caste, ben divise e
ben irreggimentate. Per costoro, proprio in uno dei simposi dei
cervelloni finanziari, Zbigniew Brzezinski ha inventato anche una
parola e un concetto: tittytainment, fusione di tits «tetta, mammella»
e entertainment «intrattenimento, divertimento»; in italiano si
potrebbe dire forse intettolimento. E ha spiegato: per tenere buono il
popolo bue, bisogna dargli una razione di benes-sere e molto
divertimento. Guarda guarda: panem et circenses, vecchia formula per
rabbonire le plebi della Roma imperiale. Lo dico perchè persone come
Friedman presentano questa prospettiva come il non plus ultra della
modernità, rispetto all’arcaico ideale «settecentesco», dice Friedman,
della scuola pubblica obbligatoria per tutte e tutti. Che l’ideale
abbia profonde e più antiche radici cristiane, dal plurilinguismo
evangelico e da Lutero, dalle scuole di gesuiti e salesiani a don
Lorenzo Milani, Friedman non lo sa o finge di non saperlo. Come nemico
preferisce avere solo la cultura democratica illuminista e, come lui
direbbe, «socialista». Panem et circenses per tutti e capacità di
governo e intelligenza per pochi.
D. E l’alternativa?
R.
E l’ alternativa è un mondo in cui tutte e tutti possano essere, a
turno, governanti e governati (ho letto da qualche parte questa
formula, non ricordo dove, ma mi pare felice), e quindi tutte e tutti
abbiano una sufficiente dote di competenze per muoversi interamente
nello spazio delle società e delle culture (alte e basse, tecniche e
intellettuali) e per capire la follia dello scannarsi a vicenda tra
popoli, culture, credenze. E anche Internet -a condizione di saperlo
usare - può aiutare, e molto, su questa strada. Sogno utopico? Io credo
che siamo già in molti a sognarlo nel mondo, dal Sud al Nord del mondo,
nelle Americhe, in Africa, nella eterogenea Eurasia. Del resto qualcosa
del genere sognavano nel 1947 i nostri padri costituenti, quando con l’
articolo 3 della Costituzione prescrivevano come «compito della
Repubblica» l’eguaglianza sostanziale di tutte e tutti, il libero
sviluppo di tutte le persone perchè tutti potessero partecipare alla
pari alla vita sociale e pubblica. Non siamo pochi e non siamo soltanto
sognatori. Forse tra noi ci conosciamo ancora poco. Ma, insieme, il
mondo che vorremmo potrebbe essere vicino, anche in Italia.
